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Vivara Archeologica

Studi e ricerche diretti da Massimiliano Marazzi e Carla Pepe dell’Università Suor Orsola Benincasa,

d’intesa con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli e la Riserva Naturale Statale isola di Vivara,

e in collaborazione con ISMEO – Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente.

Massimiliano Marazzi

Carla Pepe

Ricostruzione virtuale dell’antico porto-approdo di Vivara elaborata da S. Tilia
Ricostruzione virtuale sulla base delle ricerche subacquee dell’originaria topografia e delle aree archeologiche più rilevanti
del comprensorio Vivara – S. Margherita di Procida.
Le più antiche rotte nel Mediterraneo occidentale (XVII-XV sec. a.C.)

Vivara oggi si configura come un’isola significativa tanto per lo studio dell’età del bronzo in Italia, quanto per lo studio dei più antichi rapporti via mare fra l’Egeo e il Levante da un lato e le regioni mediterranee occidentali dall’altro.
La più antica storia delle navigazioni che univano le diverse sponde del bacino del Mediterraneo, ci dice che attorno al XVII secolo a.C. le marinerie dei nascenti centri micenei della Grecia peloponnesiaca (in Messenia, Laconia e Argolide) entrano in contatto, attraverso una rete marittima stabile e organizzata con scali intermedi in Puglia e Calabria, con il bacino del basso Tirreno, dove si vengono a formare dei veri e propri terminali commerciali negli arcipelaghi eoliano e flegreo. L’interesse delle nuove élites micenee nei confronti del bacino occidentale del Mediterraneo era certamente dettato dalle possibilità che questo offriva per l’approvvigionamento di importanti materie prime, soprattutto metalliche (rame e stagno). I due arcipelaghi basso-tirrenici vengono così a svolgere una preziosa funzione di trait d’union fra l’Oriente mediterraneo e le cerchie minerarie e metallurgiche della penisola italiana e delle terre poste ancora più a occidente (Sardegna e Spagna). Negli stessi decenni le isole collocate nel canale di Sicilia, e soprattutto Pantelleria, e l’isola di Mozia, di fronte all’estrema costa occidentale della Sicilia, assumono un ruolo strategico in relazione ai traffici marittimi che dall’area del Levante (Cipro, Creta meridionale, area del delta del Nilo), seguendo una navigazione che doveva svolgersi lungo la costa africana, arrivando a collegare il quadrante meridionale dei due bacini del Mediterraneo.
Attraverso queste direttive, motivate dalle necessità acquisitive di risorse minerarie presenti nelle terre d’Occidente, si spostano prodotti e manufatti di pregio che raggiungono gli ambienti insulari occidentali. Alle isole flegree, che rappresentano lo snodo più settentrionale, giungono così non solo
beni di prestigio direttamente provenienti dalla Grecia, ma anche, attraverso la mediazione delle marinerie locali, prodotti esotici egiziani e levantini.

Il villaggio protostorico della Punta d’Alaca
Le indagini scientifiche che si sono concentrate sull’insediamento archeologico posto sulla Punta d’Alaca e l’antica area di porto-approdo collocata nel golfo di Genito, hanno definito la più antica storia dell’isola.
Attraverso due sentieri immersi in uno scenario che si distingue per la bellezza infinita del naturale e dell’antico, si raggiunge l’area archeologica che insiste sulla terrazza naturale soprastante la Punta d’Alaca, sul lato occidentale dell’isola. Nell’area della Punta d’Alaca sono ancora presenti non solo gli originari frammenti boschivi, dominati dalla Quercus pubescens (Roverella) e dalla macchia mediterranea, ma anche esemplari di Quercus ilex L. (Leccio) che rilevano una ben diversa estensione dell’originario querceto a Vivara. Sono visibili, inoltre, ulivi (ormai selvatici), tracce di impianti per la coltura della vite e opere di terrazzamento artificiale con muretti a secco che testimoniano le fasi di sfruttamento agricolo dell’isola, avvenuto a periodi alterni, l’ultimo dei quali iniziò nell’Ottocento ed è continuato fino a una cinquantina di anni fa.
Tenuto conto del particolare “sistema ambientale” nel quale l’area archeologica si trova ad essere integrata, gli scavi sono concentrati sulla terrazza che costituisce l’estremo occidentale dell’isola, ad una quota topografica compresa tra i 90 ed i 95 metri sul livello del mare, ed hanno messo in luce parte dell’originario insediamento, vissuto tra la fine del XVII e la prima metà del XV secolo a.C.
Il sito si è presentato agli archeologi interamente sigillato da strati di ceneri, pomici e depositi, che per le loro caratteristiche sedimentologiche, sono interpretabili come colate di fango (mud flow) e che hanno coperto con uno spessore di circa tre metri lo strato archeologico.

Vivara- Punta d’Alaca: modello 3d della cd. Capanna 2 elaborato da rilievo scanner laser TOF
Resti di faune: caprovini, bovini, cane, cinghiale dall’abitato della Punta d’Alaca (scavi 1976-1982)

Nell’area dell’abitato vivarese messo in luce dagli archeologi, gli arredi sono stati rinvenuti sotto i crolli delle pareti e della copertura delle capanne; è stata messa in luce una vasta tipologia di reperti: oggetti d’uso corrente e d’importazione egea, ornamenti, manufatti in metallo, strumenti litici e resti di pasto. Di particolare interesse risulta inoltre il rinvenimento di gettoni fittili (token), molto probabilmente usati per operazioni di computo e memorizzazione.
Le ricerche alla Punta d’Alaca hanno chiarito che tutto il versante occidentale dell’isola, che guardava l’imbocco del Canale di Ischia, era, tra fine XVI e XV sec. a.C., fittamente abitato e che le strutture capannicole dovevano verosimilmente articolarsi su terrazzi, in parte naturali, in parte ricavati per mezzo di escavazioni e la messa in opera di muretti a secco.
Vivara, vista dall’odierno Castello d’Aragona di Ischia, doveva presentarsi come un villaggio abbarbicato sul declivio dell’isola, attraversato da piccole strade che scendevano dalla zona sommitale del pianoro fino alle ultime terrazze naturali a picco sul mare.

Sulla base dei risultati fino ad oggi acquisiti, appare chiaro che le abitazioni furono costruite dagli antichi vivaresi incassate o adagiate sul banco naturale di tufo, che costituisce l’ossatura dell’isola, e si presentavano come grandi strutture subquadrangolari affiancate da strutture circolari minori, probabilmente identificabili come magazzini per contenitori di derrate alimentari di rilevanti dimensioni.
Le analisi archeobotaniche hanno evidenziato diverse specie di Triticum e sono state identificate un gran numero di cariossidi relative alle specie monococcum (farro piccolo) e dicoccum (farro), e Hordeum vulgare (orzo). Tutto ciò conferma che il farro e l’orzo, elementi base della produzione cerealicola, dovessero indubbiamente costituire una parte essenziale della dieta alimentare. Inoltre sono stati identificati legumi quali fave e piselli.
Le indagini archeozoologiche effettuate sui resti di macromammiferi attestano la presenza di forme domestiche, quali suini, caprovini e bovini, e di un’unica specie selvatica: il cinghiale. Nell’insediamento vivarese è attestato anche il cane.

Punta di freccia in bronzo con innesto a cannone rinvenuta presso l’abitato della Punta d’Alaca
(scavi 1976-1982, in esposizione presso il Museo Civico di Procida).
Ricostruzione con arredi originali restaurati della cd. Capanna 2 (Punta d’Alaca), realizzata in occasione della Mostra “Preistoria, dalle coste della Sicilia alle isole Flegree”, svolta a Napoli presso Università Suor Orsola Benincasa nel 2001.

I dati ittioarcheologici e archeomalacologici indicano con molta chiarezza il ruolo marginale rivestito dall’attività di pesca. Tutte le specie sono prevalentemente costiere e allo stato attuale non c’è evidenza di pelagici, anche se certamente venivano consumati.
Ricordiamo che Vivara è posta in una posizione topografica strategica, in quanto domina il tratto di costa sottostante (Ciraccio) adatta all’intercettazione dei branchi di tonni, che giungevano, provenienti dalle isole Eolie, lungo le coste procidane. I tonni percorrono le stesse rotte fin dalla preistoria, navigano compatti in banchi lungo-costa, ed hanno sempre rappresentato una facile preda e un prodotto proteico essenziale per l’alimentazione. La marineria eoliana che giungeva a Vivara sembra seguire la via dei tonni.
Le analisi condotte sui resti di ittiofauna rivelano che l’antica comunità procidana consumava piccoli pesci di scoglio, marmore, razze, saraghi e le orate unici esemplari di grandi dimensioni.
Le ricognizioni subacquee effettuate da Claudio Mocchegiani nel comprensorio di Procida-Vivara hanno evidenziato la presenza di manufatti strettamente connessi con le operazioni di salagione e lavorazione dei tonni e/o altri pesci.
I cibi che non necessitavano di una cottura rapida venivano cotti mediante il calore emanato da una piastra fittile. I vegetali, che necessitavano di cotture prolungate e dell’utilizzazione di recipienti, venivano cucinati a diretto contatto con il fuoco, mentre per altri cibi, come la carne e alcuni pesci, era utilizzata la brace.
Lo studio effettuato sugli strumenti litici evidenzia il loro utilizzo per il procacciamento e la preparazione dei cibi e per la lavorazione delle pelli. Non è facile stabilire quale fosse la gamma di materiali di cui facevano uso i vivaresi: la lana sicuramente, visto che allevavano caprovini in loco (sono attestati individui in età neonatale), e forse le fibre vegetali. Accanto agli strumenti in pietra scheggiata in selce e ai manufatti in ossidiana, sono venuti alla luce strumenti in pietra levigata connessi con attività metallurgiche. La presenza di punte di freccia in bronzo, spilloni e tracce della loro produzione, segno che anche l’abitato della Punta d’Alaca doveva essere coinvolto nei processi di lavorazione del metallo. Le attività domestiche erano svolte in una precisa area dell’abitazione, così com’è testimoniato dalla distribuzione di una grande quantità di arredi fittili, quali, pithoi, olle di piccole medie dimensioni e ciotole destinate a contenere derrate liquide e solide.

Le ceramiche di uso comune per l’ambiente domestico erano realizzate a mano ed erano ben diverse rispetto ai raffinati vasi micenei, ben depurati, dalle pareti sottili e di sovente dipinte che testimoniano degli intensi contatti della comunità vivarese con il mondo egeo e, più specificamente, greco-peloponnesiaco.

In particolare, si ricorda il rinvenimento di una giara del tipo cd. “cananeo”, un contenitore che a quest’epoca già circola nella rete commerciale marittima egea, e diversi frammenti di ceramica micenea di fattura fine, fra i quali la base e il bordo di un tipo di vaso particolarmente prestigioso e di vasta circolazione all’epoca che poteva essere utilizzata per l’assunzione di bevande raffinate, come il vino.

Il corpus della ceramica importata rinvenuta a Vivara è particolarmente ricco in termini di quantità e qualità dei reperti, in confronto ad altri siti periferici del Mediterraneo orientale e occidentale nello stesso periodo; purtroppo, spesso il materiale si presenta in modo estremamente frammentario, provenendo da diverse aree dell’insediamento. Le analisi dei residui organici effettuata su alcuni significativi reperti vascolari di Vivara hanno fornito dei primi dati interessanti sul loro contenuto e utilizzo.

Giara cananea rinvenuta nella cd. Fossa β (scavi 1976-1982).
Frammenti di ceramiche egeo-micenee da Punta d’Alaca: a. frammento di giara di grandi dimensioni con motivo decorativo a “linee sinuose” (scavi 1976-1982, in esposizione presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, collezioni preistoriche e protostoriche, fine XVI/inizio XV sec. a.C.); b. frammento di alabastron di medio-piccole dimensioni con motivo decorativo a “edera” (scavi 1976-82, in esposizione presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, collezioni preistoriche e protostoriche, fine XVI/inizio XV sec. a.C.); c. frammento di brocchetta schiacciata di medio-piccole dimensioni con motivo decorativo spiraliforme (scavi 1976-82, in esposizione presso il Museo Civico di Procida “Sebastiano Tusa”, fine XVI/inizio XV sec. a.C.).
Askòs con decorazione a croco (scavi 1976-1982): foto, disegno e ricostruzione grafica del motivo decorativo (foto Archivio Missione Vivara; elaborazione grafica di A. Lisandri, 1982, e di T. De Stefano, 2018)
Applique d’oro dall’abitato di Vivara-Punta d’Alaca (scavi 1994-2000, in esposizione presso il Museo Civico di Procida)

Fra i reperti di fabbrica fine di maggiore significatività, provenienti dai livelli dell’abitato messi in luce alla Punta d’Alaca, particolare rilevanza assume un askós conservato quasi per intero. La sua importanza risiede non solo nel fatto di mostrare con chiarezza gli elementi pittorici che ne caratterizzano la decorazione, ma anche per il dato cronologico che esso offre. L’askós in questione presenta sulla spalla chiare porzioni del motivo decorativo a croco impostato su due bande parallele che corrono lungo la circonferenza del vaso nel punto più largo; un’ulteriore banda orizzontale si svolge alla base. Questo tipo di decorazione, associata alla forma, ha permesso di datare il reperto a una fase avanzata del TE II A, attribuzione cronologica che rappresenta il riferimento più antico per la datazione dell’abitato presente nell’area di Punta d’Alaca. Le analisi gas-cromatografiche condotte sull’askós vivarese hanno inoltre rivelato che esso conteneva olio con estratti vegetali, probabilmente un profumo o un olio balsamico.

A Vivara non sono stati rinvenuti soltanto manufatti ceramici egeo-micenei particolarmente pregiati e prestigiosi, decorati finemente con vernici colorate e brillanti, destinati al banchetto (come coppe) o a contenere liquidi ricercati come (olî aromatizzati o altri tipi di unguenti); è presente al contempo una vastissima gamma di altri tipi di vasi, di solito non fatti oggetto di esportazione al di fuori della Grecia. Alcuni di essi sono torniti, talvolta dipinti con vernici dense e opache.
Le analisi chimico-fisiche condotte su alcuni di questi frammenti testimoniano che in pochi, ma interessantissimi casi, le argille usate per la loro manifattura dovevano essere locali (probabilmente ischitane). Vasi egei, magari facenti parte, insieme ad altri artigiani, dell’equipaggio di un’imbarcazione, devono pertanto aver operato sull’isola o, quanto meno, aver indotto l’uso del tornio per la produzione di un, sia pur limitato, numero di giare “alla maniera egea”
Il ritrovamento di alcuni importanti oggetti di ornamento quali le perline di pasta vitrea e un’applique in lamina d’oro, può essere interpretato come un segnale della presenza di oggetti di rango.

L’acqua doveva essere trasportata dalle sorgenti poste ai piedi della Punta d’Alaca, oggi sommerse, come evidenziato dalle ricerche subacquee. Non si può tuttavia escludere l’esistenza di un sistema di raccolta delle acque piovane.
È verosimile che il comprensorio Vivara-Procida facesse anche conto, per i suoi approvvigionamenti di cibo, sulla prospiciente costa campana e il suo entroterra, cui doveva essere legata da un continuo rapporto di scambi commerciali. Il sito rappresenta, quindi, un particolare ‘modello’ insediativo insulare, inserito in un territorio molto limitato ma collegato a un’ampia rete di scambi culturali e materiali attestati dallo sfruttamento di risorse alloctone.

Attraverso l’uso delle nuove tecnologie di rilevazione e modellizzazione tridimensionale è stato così possibile acquisire in 3D sia le tracce delle strutture capannicole presenti alla Punta d’Alaca, sia quelle (oggi sommerse) del sistema di scale, intagliate nella roccia che dovevano all’epoca collegare l’antica area portuale con l’abitato posto alla sommità e lungo i versanti dell’isola.
I dati in corso di acquisizione hanno altresì portato a una più precisa ricostruzione virtuale della zona del golfo di Genito (all’epoca interamente emersa) e dell’assetto geomorfologico di Vivara che doveva presentarsi come un alto promontorio ancora collegato con quello di S. Margherita di Procida.

Partendo dal presupposto che l’ambiente rifletta sempre uno specifico rapporto del binomio natura-cultura, il lavoro di aggiornamento della carta archeologica dell’isola, progetto di ricerca attualmente sostenuto da un accordo di collaborazione tra la Riserva Naturale Statale Isola di Vivara e l’Università Suor Orsola Benincasa, prevede un impegno particolare alle tematiche connesse con i problemi di documentazione digitale del patrimonio archeologico e con quelli della loro fruizione, sia in termini più strettamente scientifici, che in prospettiva di una loro proiezione nel tempo per lo sviluppo di temi strettamente connessi con nuove forme di heritage interpretation.
Una selezione dei reperti più rappresentativi rinvenuti a Vivara, già esposti al Museo Archeologico Nazionale di Napoli presso le collezioni dedicate alla preistoria e protostoria è attualmente parte del percorso espositivo del Museo Civico di Procida dedicato a Sebastiano Tusa. Grazie ad un accordo con il Comune di Procida, i reperti vivaresi sono stati collocati d’intesa con la Soprintendenza Archeologica di Napoli (oggi SABAP per l’Area Metropolitana di Napoli) presso il deposito/laboratorio adiacente al Museo Civico nel borgo antico della Terra Murata.
Vivara 3500 anni fa rappresentava una meta di viaggi sulla lunga distanza e un esempio di comunità che fu certamente capace di sviluppare un linguaggio comune, un métissage tipicamente mediterraneo, la cui eredità culturale ha caratterizzato i principi del progetto di studio archeologico a essa dedicato.

Ricostruzione dell’abitato protostorico di Vivara-Punta d’Alaca: la ricostruzione è stata operata anche sulla base dei dati archeologici (elaborazione grafica di A. Heil)
Il rilievo 3D della scala effettuato con scanner sperimentale stereoscopico subacqueo

Informazioni bibliografiche

Per una storia delle ricerche archeologiche si veda:

  • C. Pepe, Vivara. Storia e insediamenti archeologici, Nutrimenti, Roma 2018.

Per un quadro aggiornato degli scavi di terra e di mare si veda:

  • M. Marazzi – C. Pepe, Vivara e il Mediterraneo: dai sistemi di computo alle prime manifestazioni scrittorie, in «Bollettino di Archeologia», IX, 2018, 2-3, 2018, pp. 5-37.
  • F. Bertino – A. Carpentieri – A. De Bonis – C. Germinaro – C. Giardino – C. Grifa – V. Guarino – L. Looz – M. Marazzi – V. Morra – C. Pepe – L. Repola – N. Scotto Di Carlo – M. Scotto Di Covella – S. Tilia – G. Trojsi – T. Zappatore, Missione Archeologica Vivara. Aspetti della ricerca scientifica degli ultimi anni, in «Bollettino di Archeologia», XI/1-4, 2020, pp. 5-108.
  • M. Marazzi – C. Mocchegiani Carpano – C. Pepe, Vivara-Procida: le indagini archeologiche subacquee, in Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo. Saggi, a cura di S. Tusa et al., Napoli 2020, 104-108.
  • M. Marazzi – C. Pepe, I più antichi traffici marittimi verso l’occidente mediterraneo, in Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo. Saggi, a cura di S. Tusa et al., Electa Napoli, Napoli 2020, 145-152.
Il laboratorio dedicato alle ricerche archeologiche di Vivara presso il Museo Civico di Procida “Sebastiano Tusa” di Procida-Terra Murata