Se oggi Vivara è una piccola isola disabitata, non era così nel lontano passato. Tra la metà del XVII secolo e il XV secolo a.C. l’isola, a quel tempo ancora una propaggine di Procida, era abitata e certamente conosciuta in tutto il bacino del Mediterraneo per la presenza di uno dei porti-approdo più antichi nell’ambito dei traffici marittimi che collegavano la Grecia della più antica età micenea con l’Occidente.
Gli scavi di terra e le ricerche subacquee a Vivara hanno aperto un nuovo orizzonte per la comprensione dei traffici marittimi che, nel corso del II millennio a.C., dovevano collegare le aree costiere e insulari italiane con le regioni del Peloponneso e gli ambienti insulari dell’Egeo, accertando la presenza stabile sull’isola di un insediamento capannicolo già dagli inizi del XVII secolo a.C.
Iniziate nel 1975 e tutt’oggi in corso, le indagini e le ricerche archeologiche hanno infatti permesso, in primis, di ricostruire l’assetto topografico e l’impatto abitativo sull’intero comprensorio di Procida-Vivara, che formavano all’epoca un tutt’uno (il livello del mare era di ben 14 metri inferiore a quello odierno, confermando in parte l’ipotesi a suo tempo formulata da Giorgio Buchner). L’area sommitale dell’isola e parte delle sue terrazze naturali a strapiombo sul mare erano occupate da abitazioni rettangolari, costruite su terrazzamenti artificiali laddove i pendii si facevano più scoscesi, mentre un sistema di scale intagliate sui versanti (oggi in parte sommerse) metteva in collegamento l’abitato con l’area di porto-approdo, che sorgeva dove oggi si trova il golfo di Genito. Sul pianoro sommitale dell’isola, la costruzione di insediamenti rurali a cominciare dalla fine del ’600, unita ai naturali fenomeni di wethering, hanno completamente spazzato via quella che doveva essere l’area principale di abitazione durante le prime fasi di vita stanziale a Vivara. Il ritrovare le tracce intatte della presenza umana in epoca protostorica esclusivamente sulle terrazze inferiori dell’isola, in connessione con le sue punte principali: la Punta Capitello a nord, Punta d’Alaca a ovest e la Punta Mezzogiorno a sud, è la logica conseguenza dei fenomeni naturali d’erosione, dilavamento e accumulo uniti all’attività antropica di tipo agricolo (realizzazione di impianti per la coltura della vite e dell’ulivo) che hanno profondamente modificato l’originaria geomorfologia dell’isola.
A Vivara le emergenze architettoniche e archeologiche “dialogano” con il contesto territoriale e ambientale suscitando una vera emozione nei visitatori. Un paesaggio naturale straordinario in un luogo che ha fondato la sua bellezza sull’equilibrio e la capacità dell’uomo di edificare in armonia con l’ambiente.
In antico l’isola di Vivara doveva rappresentare un vero e proprio punto di osservazione strategico, a guardia della costa sud-orientale dell’isola d’Ischia e di tutto il comprensorio di Cuma e Pozzuoli, dal quale si poteva controllare l’arrivo di qualsiasi naviglio che, proveniente dal Tirreno meridionale, si fosse avventurato, dopo aver doppiato la Punta Campanella, nel Golfo di Napoli. In virtù del bacino naturale costituito dall’originario cratere vulcanico, il complesso formato dal collegamento fra l’isolotto e il promontorio di S. Margherita di Procida rappresentava un formidabile porto naturale, che poteva offrire tre diverse possibilità di approdo a seconda dei venti e due vaste aree per l’alaggio dei navigli.